vita domestica
Saturday, January 28th, 2006oggi ho lavato i piatti.
bello sforzo, direte. già. ci ho messo tre ore e mezza.
sono un po’ di giorni che sono chiuso in casa per un’influenza rognosissima, e quando ho un po’ di febbre spesso non riesco a dormire, faccio fatica ad addormentarmi, oppure dopo poche ore che dormo mi sveglio e non c’è verso di riprendere sonno.
ieri sera sono andato a letto presto, poco dopo mezzanotte (che per me E’ presto), ma alle quattro e mezzo ero sveglio come un fringuello. ho aspettato ancora per venti minuti di riprendere sonno, invano, quindi mi sono alzato, e ho deciso: laverò i piatti. alle cinque di mattino.
io vivo con altri due ragazzi. nessuno di noi ama lavare i piatti, quindi scatta una specie di lotta a chi ha la soglia di sopportazione più alta prima che lo schifo lo spinga a lavare i piatti. ebbene, quello di noi che aveva la soglia più bassa (ovvero quello che per primo aveva schifo e si metteva a lavare i piatti) ha comprato casa e se n’è andato da un paio di settimane. siamo rimasti in due, i due piccoli campioni di soglia della schifezza. ma uno dei due è via per una settimana a trovare i suoi in quel di udine, e non tornerà prima di domenica. sono rimasto solo. solo con i piatti sporchi.
dicevo che da due settimane il terzo se n’è andato, e va da se che da due settimane non si lavavano i piatti. ovviamente due settimane fa non è che i piatti fossero tutti puliti, diciamo che erano già passati almeno sette giorni dall’ultima volta che qualcuno aveva lavato i piatti. in totale fanno tre settimane.
è un processo che negli ultimi quattro anni ho osservato attentamente. quando tutte le stoviglie sono pulite nessuno bada alla parsimonia: devo fare un sugo? via due padelle, due mestoli di legno, un po’ di posate. devo mescolare una tisana? sporco un cucchiaio e lo metto a lavare. poi mi accorgo che c’è poco zucchero, e via un altro cucchiaio. poi mi accorgo che è troppo calda e via un’altra tazza per travasare la tisana. i primi giorni dopo il lavaggio è un tripudio di consumo di stoviglie. passano i giorni, e la roba comincia ad accumularsi. prima in un lavabo, poi nell’altro. quando i due lavabo sono pieni di roba sporca, si comincia ad accumularla sui fornelli. poi anche i fornelli finiscono, e un minimo di fantasia ci permette di cominciare ad occupare il balcone su cui si affaccia la cucina (che in questi giorni che nevica permette una perfetta conservazione del grasso delle padelle o dei resti di besciamella e broccoli, o del cioccolato fuso nel tegame, o delle verze rattrappite sulle forchette: alla fine il nostro balcone è una festa dell’unità per uccellini ingordi).
man mano le stoviglie iniziano a scarseggiare. così finiscono i bicchieri, ma si possono sempre usare le tazze per bere. poi finiscono anche quelle, e pure le tazzine, e allora scattano prontamente i bicchierini da grappa cinese (quelli con dentro la lente di vetro e le donnine e gli ometti nudi con il pistolino che punta dritto il tuo occhio curioso). poi finiscono le forchette, e i coltelli, ma per mangiare una pasta si può usare anche un cucchiaio, o un cucchiaino se tutti i cucchiai sono sporchi. alla fine mangio scatolette di tonno con il coltello per tagliare il grana. non è facile, ma ti fa gustare di più ogni piccolo boccone che riesci ad infilzare.
nel giro di un paio di settimane tutto ciò che è anche vagamente correlato al concetto di “stoviglia” è stato sporcato. è sporco il frullatore, il misurino del frullatore, la grattugia, il coltello per il grana, i piattini da caffè, ogni cassetto, ogni mensola, ogni armadietto della cucina è vuoto.
ma la soglia di sopportazione svetta beffarda, e non è ancora tempo di lavare i piatti. semplicemente si lava solo quello che serve in quel momento. serve una forchetta? allora ci si mette un guanto di gomma, si ravana in fondo al liquame del primo lavabo e si tira fuori una forchetta, la si lava (stando meticolosamente attenti a non entrare in contatto con il resto della discarica putrida che si è venuta a formare) e si usa la forchetta. che poi torna nel lavabo.
e così per un’altra settimana.
il problema, ve l’assicuro, non è la necessità di avere stoviglie pulite, ma la puzza dei liquami. finchè la roba sta sul balcone in pieno gennaio, sono solo cazzi degli uccellini di fuori, ma dentro c’è il riscaldamento acceso. basso, ma acceso. e sopra gli zero gradi gli organismi viventi tendono a star bene e a riprodursi scandalosamente. gli avanzi di pastasciutta, sommersi nellacqua del lavabo, diventano dapprima bianchicci, poi si gonfiano, poi si maculano tra il verde e il violetto, e poi puzzano da fare schifo, peggio del vomito, peggio degli escrementi. è il mistero della vita, fattostà che tutto comincia a trasformarsi. il grasso diventa schiumoso, sbotta in creste spumeggianti, il formaggio che un tempo fu fuso ora si lichenizza, tutto ciò che era trasparente diviene nero, i pezzi di acciuche si coprono di peli, ecco, tutto diventa peloso, un tumefatto enorme trudy di pezzi di lamiera e forme di vita che dalla cucina sembra voglia venire in salotto con te a fumarsi una sigaretta davanti al computer (metre a te balena l’idea di poterlo regalare a natale a qualche conoscente bisognoso di coccole).
così stamattina alle cinque ho iniziato a lavare i piatti, e ho finito alle otto e mezza. ho fatto fuori mezzo nelsen al limone, ho distrutto una spugna nuova, ho allagato la cucina, ma quei figli di puttana brillano in ogni angolo della cucina, in attesa di asciugare e di essere riposti negli armadi e nei cassetti, pronti per un nuovo ciclio di vita. sento la morla (la fogna che scorre toruosa e per molti tratti a cielo aperto nella nostra splendida città) che è in piena, dopo che ho lavato i piatti, e i guanti gialli di gomma grondano di sudore dall’interno e le mie mani sono grinzose e palmate come quando da piccolo mi dimenticavano nella vasca da bagno.
e comunque, giuro, avrei resistito ancora qualche giorno, se non fosse che proprio dalle cinque alle nove di mattina non avrei saputo che cazzo fare.











