pubblicità-performance in pubblico
Monday, March 16th, 2009
T-Mobile (Saatchi & Saatchi)
T-Mobile (Saatchi & Saatchi)
l’avevo detto… eccome se l’avevo detto…

Interaction Design Institute Ivrea in Milano »
every time the same situation: why am i busy when there’s something interesting to see?
in milan, tonite, from 18:30…
[via we make money not art]

dialog05 presents universal connections
ma che bella è sta merda?
azz… l’inglese…
but: how beautiful is this shit?
found this on one of my preferred blogs.

AdverBox » Blog Archive » Bisley
ok, here we are, we try, let’s go, orcodio, my first post in english.
i’ve seen this on a Lurzer’s Archive issue, don’t remember when. now I find it on internet, and it’s really a simple and great idea: deconstructing visual languages, goin inside signes to create new signes.
cinque giorni e cinque notti di lavoro per preparare il video. è stato rifiutato. poi tre giorni e tre notti per rifarlo. è stato rifiutato nuovamente. poi una notte in un albergo di barcellona per rifarlo la terza volta. rifiutato di nuovo. attimi di panico in cui stavo per picchiare un’addetta marketing di Scharzkopf Italia.
ci sono dei lavori che nascono male, non c’è nulla da fare.
comunque questa era la prima versione, sul resto un velo pietoso:

stavo rispondendo ad un commento di emskew, ma mi sono reso conto che il discorso merita almeno un post.
quando ci si occupa di comunicazione (marketing, pubblicità, graphic design, chiamatela come volete), insomma, quando ci si ritrova a dover decidere come comunicare con una quantità ampia di persone, vigono due scuole di pensiero:
1) scuola di pensiero più diffusa in chi compra comunicazione:
“non è importante che quello che comunichi sia vero in assoluto, ma è importante che sia vero per il tuo target”
corollario: “la gente è stupida, quindi per comunicare con la gente bisogna stare al loro livello, ovvero usare linguaggi stupidi”
2) scuola di pensiero più diffusa in chi crea comunicazione:
“per convincere gli altri, devo prima essere convinto io”
corollario: “un pubblicitario dovrebbe fare pubblicità solo a prodotti in cui lui crede e che lui stesso consuma”
sono evidentemente due scuole di pensiero agli antipodi, sono lo ying e lo yang del mondo della comunicazione. eppure, scavando e crescendo, mi sono reso conto che forse è naturale che sia così.
le campagne pubblicitarie dell’ultima linea di levis vengono solitamente progettate da pubblictari e copy che hanno venti o trentanni, che fumano spinelli, pippano di coca, vanno a festicciole, fanno snowboard, e di fatto comprano solo jeans di marca a più di cento dollari il paio. non sarà mai un pubblicitario di 60 anni a creare spot per la diesel o per la levis. dall’altro canto, se devi fare pubblicità ad una banca, alla pastasciutta o a un amaro non farla fare ad un ragazzo: non saprebbe ne cosa ne come comunicarlo. chiama una persona più che matura, una che vive con una famiglia e dei figli, una che sa cosa vuol dire finire di pagare un mutuo, una che sa cosa vuol dire avere la responsabilità di avere dei figli, una che conosce la dieta mediterranea e sa che la pastasciutta non passerà mai di moda.
e, ovviamente, le campagne create rispettano anche la logica contraria: gli spot della levis hanno sempre fatto rizzare i capelli in testa a mio nonno, e hanno sempre fatto borbottare commenti poco lusinghieri sulle capacità intellettive della gioventù di oggi da parte di mio padre. e infatti ne mio nonno ne mio padre comprano levis. e così io ho sempre trovato squallidamente reazionarie e noiose le pubblicità alle banche, alle assicurazioni, e soprattutto alla pastasciutta. e infatti non ho soldi, non ho assicurazioni, e mangio perloppiù panini e kebab.
tutto torna. e le scuole di pensiero non sono poi così incompatibili. semplicemente chi compra comunicazione compra di volta in volta la gente giusta a seconda del target con cui deve comunicare, compra il creativo giusto per il consumatore giusto. perchè ci sono tanti prodotti, tanti target, e quindi tante verità.
quindi, quando qualcuno vi dice “bello, fatto bene, però potrebbe mettermi il logo un po’ più grosso?” voi dovreste rispondere “no. lo farei solo se dovessi vendere qualcosa a lei.”
e siccome in effetti state vendendo un’idea pubblicitaria ad un industriale, alla fine farete il logo più grosso, mandando a culo tutta l’efficacia della campagna pubblicitaria nei confronti del target effettivo.
ma allora la morale è: non è la gente che è stupida. sono gli industriali del “logo più grosso” che sono stupidi.
quindi quando qualcuno vi dice “bello, fatto bene, però potrebbe mettermi il logo un po’ più grosso?” voi dovrete rispondere “mi licenzio. lei è uno stupido”.
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idea geniale: condividere i propri colori preferiti. o gli abbinamenti. poetico.